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Febbre della Valle del Rift nel Corno d’Africa
Gli esperti della FAO intervengono
Roma, 4 Gennaio 2007 - Un’equipe di esperti di salute animale della FAO di base a Nairobi, che si occupano di diversi paesi del Corno d’Africa, sta lottando insieme alle autorità veterinarie di Kenya, Somalia ed Etiopia contro la ricomparsa della febbre della Valle del Rift (RVF) nella regione.

L’equipe della FAO, insieme ad alcuni funzionari dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ed a diversi organismi di aiuto internazionali presenti nella regione, collabora alle attività di preparazione, comunicazione, sorveglianza e risposta alla malattia.

Dal 1998, quando, in seguito alle inondazioni, la febbre della Valle del Rift è divampata nel Corno d’Africa, insinuandosi con alcuni focolai nella Penisola Arabica, la FAO lavora per delimitare le aree dell’Africa sub-sahariana maggiormente a rischio ed individuare le “zone più critiche” dell’Africa Orientale ed Occidentale, al fine di poter prevedere dove si verificheranno i futuri focolai e mettere in atto adeguate strategie di risposta.

La febbre della Valle del Rift, una malattia virale trasmessa dalla zanzara che colpisce sia i ruminanti che gli esseri umani, compare storicamente seguendo cicli di 5-15 anni, ma con i cambiamenti climatici, in particolare il susseguirsi di siccità ed inondazioni, e le modifiche operate dall’uomo sugli ecosistemi, in futuro questi intervalli potrebbero variare.

La malattia ha fatto la sua ricomparsa nel novembre 2006 nel nord-est del Kenya, poco dopo che la FAO aveva lanciato l’allerta circa il rischio che essa si manifestasse di nuovo nella regione nel bollettino del suo Sistema Preventivo di Emergenza contro le Malattie Transfrontaliere degli Animali e delle Piante (EMPRES).

Oltre alla epizoozia del 1998, le epidemie più gravi hanno colpito l’Egitto nel 1977, il Senegal e la Mauritania nel 1987, e di nuovo questi ultimi due paesi nel 1993-95.

Le iniziative in corso contro la malattia beneficiano del supporto tecnico del Centro Gestione Crisi (CMC), istituito ad ottobre dello scorso anno con l’obiettivo di fornire risposte rapide alle malattie animali transfrontaliere che si diffondono a grande velocità, sono estremamente contagiose fra gli animali e possono trasmettersi agli esseri umani.

La febbre della Valle del Rift può provocare gravi perdite economiche in termini di bestiame, in particolare ovini e bovini, ma può colpire anche capre, cammelli, bufali e presumibilmente alcune specie di antilopi selvatiche.

Effetto risveglio

I focolai della malattia si manifestano spesso dopo forti inondazioni, dal momento che le piogge abbondanti provocano una sorta di “risveglio” nelle zanzare, portatrici del virus.

La trasmissione agli esseri umani può avvenire durante la macellazione, il commercio ed il trasporto degli animali ed a volte è il vento a contribuire a trasportare gli insetti a grandi distanze.

La febbre della Valle del Rift può decimare gli animali, ma può essere fatale anche per gli esseri umani. Da quando si sono verificati i nuovi focolai, sono stati 47 i decessi segnalati nella zona di Garissa, capitale della provincia nord-orientale del Kenya, colpita dalle inondazioni.

Il ministero della sanità keniota, con il sostegno internazionale, distribuisce zanzariere per proteggere la popolazione delle zone a rischio e svolge controlli sanitari ed attività di sorveglianza e di mobilitazione sociale allo scopo di ridurre i rischi di trasmissione della malattia dagli animali agli esseri umani attraverso le pratiche d’allevamento e di macellazione.

E’ il Centro Gestione Crisi, che ha sede a Roma, a coordinare le operazioni, nell’ambito del suo mandato relativo alla lotta contro le malattie animali transfrontaliere.

“Quando il Centro è stato creato, ci siamo trovati a dover far fronte alla minaccia potenzialmente mondiale dell’influenza aviaria altamente patogena che incombeva su animali ed esseri umani”, ha affermato la responsabile del CMC, Karin Schwabenbauer.

“La ricomparsa della febbre della Valle del Rift è un’altra circostanza che richiede una risposta rapida e coordinata. Sono lieta che il CMC abbia potuto aiutare il team di esperti sul campo ad avviare le opportune iniziative sin dall’apparizione dei focolai”, ha aggiunto la signora Schwabenbauer.


Per maggiori informazioni:
Pierre Antonios
Ufficio stampa FAO
pierre.antonios@fao.org
(+39) 06 570 53473
(+39) 348 2523807

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