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Opinion articles by the Director-General

Fame: alle radici del problema

Le crisi alimentari e le emergenze si susseguono con sconfortante ciclicità nonostante e – paradossalmente - oggi il nostro pianeta produca cibo a sufficienza per dar da mangiare all’intera popolazione mondiale.

Nel gennaio del 2006 i paesi a rischio carestia erano 45, troppi per poter chiudere gli occhi e continuare in una colpevole inerzia. I motivi scatenanti variano, ma le cause di fondo sono sempre le stesse: siccità prolungata, conflitti, mancanza di fattori produttivi di base, infrastrutture carenti, analfabetismo, malattie come malaria e HIV/AIDS, ed ovviamente la generale debolezza economica.

Nella lotta contro fame e povertà alcuni passi avanti sono stati fatti e, tra il 1970 ed il 1990, la percentuale delle persone sottonutrite si è ridotta in modo significativo, passando dal 37 al 17 per cento.

Tuttavia questi successi sono stati parzialmente vanificati dall’aumento della popolazione mondiale che, nello stesso periodo, è quasi raddoppiata passando da 3,6 miliardi nel 1970 ad oltre 6 miliardi nel 2000. E le proiezioni sull’incremento demografico mondiale non sono incoraggianti. Per il 2050 si prevede che la popolazione mondiale raggiungerà quota 9 miliardi. Questo significa che ci saranno 2,5 miliardi di persone in più che avranno bisogno di cibo.

Con oltre 850 milioni di persone che già oggi soffrono cronicamente la fame, dar da mangiare a questa aumentata popolazione e ridurre la fame sarà possibile soltanto se si riuscirà ad incrementare in modo significativo la produttività agricola.

I paradossi delle società opulente

Che l’obesità sia oggi ai primi posti nella lista mondiale dei rischi per la salute è un triste riflesso dell’incapacità della società di usare il cibo nel modo più vantaggioso per l’uomo. Come sconcerta il comune buonsenso il fatto che ogni anno si spendano circa 975 miliardi di dollari in spese militari e si destinino agli aiuti allo sviluppo poco meno di 80 miliardi di dollari.

Ed è ugualmente bizzarro che una società da una parte dia - e poco - e dall'altra tolga, negando l’accesso ai mercati con meccanismi quali i sussidi o il dumping (l’esportazione sottocosto di surplus alimentare) che, insieme alle politiche protezionistiche, di fatto escludono i paesi più poveri e meno competitivi dal commercio internazionale.

In questo quadro, l’impegno dei capi di stato e di governo al Vertice Mondiale dell’Alimentazione del 1996, ribadito con l’adozione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, di dimezzare il numero di coloro che soffrono la fame e la povertà estrema entro il 2015, rappresenta una svolta epocale. Con esso si prende atto che fame e povertà sono due dei più grandi flagelli dell’umanità e, soprattutto, si afferma che vincere la fame è possibile, giacché la comunità internazionale ha le risorse, le conoscenze ed i mezzi per farlo.

La centralità dell’agricoltura

Le statistiche lo dicono con chiarezza: oltre il 70 per cento delle persone che soffrono la fame vive nelle zone rurali dei paesi in via di sviluppo. Qui si trova la maggioranza degli 11 milioni di bambini che muoiono al di sotto dei cinque anni o dei 121 milioni che non frequenteranno mai la scuola. È dunque nello sviluppo agricolo e rurale che bisogna investire, è qui che si deve intervenire se vogliamo andare alla radice del problema.

La crescita della produzione dipenderà molto dagli investimenti che saranno fatti per gestire in modo più efficiente e razionale le risorse idriche. Nel continente africano solo il 7 per cento della terra coltivabile è irrigata, e questa percentuale cala vertiginosamente al 4 per cento nei paesi dell'Africa sub-sahariana, di contro al 38 per cento dell’Asia. La siccità è una delle cause che sottostanno a quasi tutte le crisi umanitarie. Ebbene, questa situazione si potrebbe cambiare se solo ve ne fosse la volontà politica. L’Africa usa infatti meno del 6 per cento delle proprie risorse idriche rinnovabili, di contro al 20 per cento dell’Asia. Il rapporto della Commissione per l’Africa, “Il nostro interesse comune”, lanciato nel marzo 2005, ha stimato che con 2 miliardi di dollari in investimenti annuali si potrebbero raddoppiare le superfici irrigue in Africa.

Ciò nonostante, nel decennio 1989/2000 il volume degli aiuti internazionali destinati all’agricoltura è diminuito in modo considerevole, passando da 21 miliardi di dollari nel 1989 a circa 12 miliardi in termini reali nel 2000.

Il nostro lavoro

In sessant’anni di attività, l’assistenza tecnica della FAO ha realizzato migliaia di progetti per lo sviluppo dell’agricoltura e delle economie rurali dei paesi in via di sviluppo. Questo ha significato trovare soluzioni efficaci per raggiungere chi ne aveva più bisogno, realizzando progetti d’irrigazione e di conservazione dell’acqua su piccola scala; aiutando le comunità locali a sviluppare produzioni alternative e più resistenti e a diversificare i propri mezzi di sussistenza; offrendo programmi di formazione per costruire capacità tecnico-scientifiche a livello locale; fornendo fattori produttivi di base: fertilizzanti, attrezzi, sementi di buona qualità.

Le nuove emergenze

Nuove emergenze hanno richiesto alla FAO un nuovo e rinnovato impegno. La FAO è stata pronta ad intervenire dopo lo tsunami nell’Oceano Indiano, gli uragani nei Caraibi, il terremoto che ha devastato il nord del Pakistan. Ha avuto un ruolo guida nella lotta contro le locuste, aiutando 18 paesi africani a realizzare efficaci programmi di controllo ed a partire dal febbraio 2004 è in prima linea nella campagna di controllo a livello mondiale per fermare la diffusione dell’influenza aviaria tra i volatili. Un’emergenza che nella sola Asia ha causato perdite economiche per oltre 10 miliardi di dollari.

Ognuno faccia la sua parte

Meno di dieci anni mancano ormai alla data concordata del 2015. La meta purtroppo appare lontana e a tutti si richiede un rinnovato impegno.

Ai paesi in via di sviluppo, affinché mettano la lotta alla fame al primo posto delle proprie politiche nazionali. A questo riguardo sarà importante che i paesi africani rispettino l'impegno preso a Maputo nel luglio 2003 di destinare almeno il 10 per cento delle risorse nazionali in bilancio all’agricoltura ed allo sviluppo agricolo entro i prossimi cinque anni.

Ai paesi industrializzati si richiede di impegnarsi con maggiori risorse per cancellare questa offesa alla dignità umana.

Va nella giusta direzione l’importante decisione dell’Unione Europea di incrementare il volume degli aiuti allo sviluppo e di focalizzarne la destinazione. Nel luglio del 2005 i capi di governo dell’UE hanno infatti deciso di portare gli aiuti pubblici allo sviluppo allo 0,51 per cento del PIL (un aumento di circa 20 miliardi l’anno) entro il 2010 e poi allo 0,70 (40 miliardi di dollari in più all’anno) per il 2015 e che almeno il 50 per cento di questi aiuti siano destinati all’Africa.

La costruzione di un mondo più giusto è, innanzitutto, un imperativo morale. Ma non solo. Colmare il divario tra nazioni ricche e nazioni povere è ormai una necessità politica, perché da un mondo di ingiustizia e disuguaglianza traggono origine estremismo, fondamentalismo, odio etnico e violenza.

5 giugno 2006


Pubblicato su Dossier EUROPA, rivista della Commissione Europea in Italia, nel numero di Dicembre 2006

 

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