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A rischio le ricchezze alimentari degli habitat naturali

Assaggiamo il porcospino dalla coda a cespuglio

Photo: ©kpstudios
Zuppa tradizionale cinese

7 settembre 2009, Roma - In tema di cibo, il più povero è spesso il più ricco. La zuppa di cipolle non è stata creata da nessun rinomato cuoco. E neanche la torta di mele.

Ma ora arriva la notizia che le remote tribù delle foreste tropicali o dei ghiacci polari sono le custodi di una vasta miniera di alimenti sani e nutrienti - molti dei quali con delle proprietà straordinarie - che le società più ricche possono solo invidiare.

Questa è una delle principali conclusioni di un libro uscito di recente, Indigenous People's Food Systems, co-edito dalla FAO e dal Centro per la Nutrizione e l'Ambiente delle Popolazioni Indigene della McGill University (CINE l'acronimo inglese). Come dice Barbara Burlingame, esperta FAO per la Nutrizione, le Valutazioni Alimentari e i Requisiti Nutritivi: "Questo libro testimonia l'abbondanza di conoscenze che è presente nelle comunità indigene, in diversi ecosistemi, e la ricchezza delle loro risorse alimentari."

Gli habitat naturali stanno scomparendo

La brutta notizia è che con la diminuzione degli habitat naturali selvatici, sotto la pressione delle esigenze economiche e degli stili di vita sempre più standardizzati dalla globalizzazione, questi generi alimentari locali stanno scomparendo velocemente - insieme con quei regimi alimentari che un tempo mantenevano le popolazioni indigene in forma e in salute.  

Ciò nonostante, nella comunità Karen del Sanephong in Thailandia, vicino al confine con il Myanmar, i 661 abitanti hanno ancora la possibilità di scegliere tra ben 387 varietà diverse di cibo, tra cui i frutti della benincasa, i frutti dell'artocarpus e le "orecchie di Giuda" (auricularia), secondo i ricercatori autori del libro. La cucina locale presentava una varietà di specialità deliziose non facilmente reperibili nel proprio ristorante locale preferito, come la rana-toro colorata e il porcospino dalla coda a cespuglio.

La natura è indubbiamente stata generosa con i Karen, che dispongono di 208 diverse varietà di vegetali e 62 diversi tipi di frutta. Ma anche in zone desertiche ed inclini alla siccità, come il territorio abitato dalle tribù indigene Masai in Kenya, si registrano 35 diverse varietà di erbe, vegetali a foglia e frutta selvatica, mentre nei ghiacci del Canada Settentrionale, gli Inuit della Baia di Baffin vantano 79 tipi diversi di cibi selvatici, tra cui la carne di caribù e la foca ad anelli.

Solo quattro tipi di colture

Al confronto, le diete alimentari nei paesi occidentali industrializzati sono molto più limitate, dipendendo sostanzialmente solo da quattro colture commerciali - grano, riso, mais e soia - spesso consumate sotto forma di cibi lavorati o, se usati come foraggio per l'allevamento, come carne. Ancora più allarmanti sono le stime della FAO che mostrano come circa i tre quarti della diversità genetica che si trovava un tempo nelle colture agricole siano andati persi nell'arco dell'ultimo secolo.

I cibi tradizionali non solo hanno generalmente un buon sapore ma spesso contengono anche altissimi livelli di micronutrienti. A Mand, un paesino dell'isola micronesiana di Pohnpei, l'Utin Llap, una delle 26 varietà locali di banane contiene enormi quantità di Beta-Carotene - più efficace di ogni altro preparato farmaceutico nel combattere le carenze di Vitamina A. 

Nelle 12 popolazioni indigene studiate nel libro, la percentuale di apporti alimentari energetici per adulto ottenuta dai cibi tradizionali varia dal 93% per gli Awajun del Perù, tra i quali l'obesità è praticamente inesistente, e il 27% per i 500 abitanti del villaggio di Mand, che oggi stanno invece affrontando una serie di problemi di salute legati alla dieta alimentare. 

Disordini alimentari

"Il cambiamento da un'alimentazione basata sui cibi tradizionali ad una basata su cibi commerciali e semi-pronti, è spesso accompagnata da un aumento dei disordini alimentari come l'obesità, il diabete e l'alta pressione," afferma la Burlingame.  

E' quindi importante preservare tali risorse, non solo per le popolazioni indigene stesse, ma anche in quanto importante riserva di biodiversità per tutti i paesi. Un primo passo, dice la Burlingame, è quello di espandere la ricerca su tali temi per capire meglio l'importanza di questi alimenti dal punto di vista nutrizionale. Le popolazioni indigene si sentono orgogliose dei loro cibi quando vengono a conoscenza di quanto unici e salutari possano essere. Un secondo passo è quello di aiutare tali popolazioni a trovare nuovi sbocchi commerciali, sia locali sia più lontani, non solo per la loro produzione alimentare, ma anche per le piante medicinali che spesso hanno in abbondanza.

Ma questo in parte potrebbe già star avvenendo. Tra gli Inuit, che hanno sviluppato una certa preferenza per la pizza surgelata, gli spaghetti e le bibite zuccherate, dieci anni fa il 31% delle calorie totali proveniva dai cibi tradizionali, mentre nel 2006 tale valore è arrivato al 41%. Il che indica un ritorno alla tradizione.

E in un futuro relativamente prossimo, quando si andrà al ristorante, la scelta potrebbe essere non più solo tra gastronomia nazionale o estera, ma anche una nuova alternativa: cucina indigena.

Indigenous People's Food Systems è in vendita attraverso il catalogo on-line delle pubblicazioni della FAO.