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Il settore pesca perde ogni anno anno 50 miliardi di dollari

Un rapporto FAO/Banca Mondiale rivela i miliardi “affondati” da cattiva gestione e sovra sfruttamento

Foto: ©FAO/G. Bizzarri
Secondo il rapporto vi è una capacità di flotta peschereccia eccedente a livello globale.
Roma/Washington, 9 ottobre 2008 - Le perdite economiche della pesca marina causate da cattiva gestione, inefficienze e sfruttamento eccessivo ammonterebbero - secondo un nuovo studio FAO/Banca Mondiale pubblicato oggi - all’impressionante cifra di 50 miliardi di dollari l’anno. Se considerate su base triennale le perdite sono di oltre 2 trilioni di dollari, vale a dire più o meno quanto il PIL di un paese come l’Italia.

Il rapporto The Sunken Billions: The Economic Justification for Fisheries Reform, afferma però anche che una pesca ben gestita potrebbe capovolgere la situazione e trasformare le perdite in benefici economici sostenibili per milioni di pescatori e comunità costiere.

“Una pesca sostenibile richiede volontà politica affinché gli incentivi a sfruttare in eccesso le risorse marine vengano sostituiti con incentivi per una gestione responsabile”, ha affermato Kieran Kelleher, che coordina il settore pesca alla Banca Mondiale. “Non si tratta solo di barche e pesci. Questo rapporto fornisce agli organi politici decisionali ampie argomentazioni economiche affinché si avvii la necessaria riforma del settore”.

Il rafforzamento dei diritti di pesca potrebbe rappresentare per i pescatori un incentivo a pescare in modo efficiente dal punto di vista economico, e responsabile dal punto di vista sociale. Eliminando gradualmente i sussidi, che alimentano una capacità di pesca sovrabbondante e non necessaria, si migliorerà anche l’efficienza. Una maggiore trasparenza nella ripartizione delle risorse ittiche insieme ad una maggiore responsabilità pubblica nei confronti della gestione della pesca e dello stato di salute degli stock potrebbe aiutare le iniziative di etichettatura ecologica a certificare la pesca sostenibile.

Secondo il rapporto il grosso delle perdite si produce in due modi.

Innanzitutto, stock ittici impoveriti vuol dire che vi sono meno pesci da catturare, e dunque il costo per individuarli e pescarli è maggiore di quanto potrebbe essere. Secondo, la capacità eccessiva delle flotte pescherecce si traduce nel fatto che i benefici economici della pesca vadano dispersi a causa di investimenti e costi operativi eccedenti.

Il rapporto sottolinea che la cifra di 50 miliardi di dollari rappresenta una stima conservativa, esclude infatti le perdite della pesca da diporto e del turismo marino, e quelle dovute alla pesca illegale.

Capacità di pesca in eccesso

Già molto prima dell’aumento del prezzo del petrolio registrato nel 2008, lo stato economico della pesca mondiale appariva in declino.

Il graduale aumento delle flotte pescherecce, il dispiegamento di tecnologie sempre più potenti, l’inquinamento crescente e la perdita degli habitat hanno impoverito enormemente gli stock ittici mondiali. Le catture marine a livello globale sono stagnanti da oltre un decennio, e si aggirano intorno a 85 milioni di tonnellate l’anno. Allo steso tempo è declinata la produttività - misurata in termini di catture per addetto o per peschereccio – nonostante le tecnologie impiegate siano molto più avanzate e maggiore sia la capacità.

Secondo Kelleher: “Vi è una capacità di flotta peschereccia eccedente a livello globale. E flotte in esubero che competono per limitate risorse ittiche si risolvono in produttività stagnante ed inefficienza economica”.

Secondo il rapporto, se gli stock marini fossero ricostituiti, i livelli di cattura attuale potrebbero essere raggiunti con circa metà dello sforzo di pesca odierno.

Scarso rendimento e costi occulti

Secondo la FAO il 75 per cento degli stock marini mondiali sono sfruttati al massimo della loro capacità o addirittura in eccesso.

La giusta attenzione allo stato degli stock ha tuttavia portato a trascurare lo stato economico della pesca, che versa in condizioni ancora più critiche. E secondo il rapporto quando gli stock ittici sono sfruttati al massimo della loro capacità, la pesca ad essi associata è quasi sempre al di sotto del livello economico ottimale. In alcuni casi la pesca potrebbe anche essere sostenibile dal punto di vista biologico, ma tuttavia operare a livello di perdita economica.

E sebbene in alcuni settori la pesca può essere remunerativa, il quadro d’insieme è che la pesca di cattura è tenuta in vita dai sussidi, fa notare il rapporto. “A livello globale, ogni tonnellata di pesce pescato usa quasi mezza tonnellata di combustibile – la maggior parte del quale sprecato in uno sforzo di cattura in eccedenza e superfluo”.

“Al momento non si può dire che ci sia qualcuno che guadagni da questa situazione”, ha commentato Rolf Willmann, esperto senior di programmazione della pesca della FAO e coautore del rapporto. “ I redditi dei pescatori in termini reali sono in crisi, molti settori dell’industria ittica non sono redditizi, gli stock sono impoveriti ed altri settori economici fanno le spese di un’industria ittica che versa in cattive acque”.

Secondo il rapporto il recupero dei miliardi “affondati” potrebbe avvenire in due modi.

Primo, riducendo lo sforzo di pesca che farebbe aumentare la produttività, il rendimento e la prestazione economica. Secondo, ricostituendo gli stock ittici, fattore che porterebbe ad una maggiore resa sostenibile ed a minori costi.

Vantaggi per i paesi in via di sviluppo

Un settore pesca in buona salute dal punto di vista economico è fondamentale non solo per la ricostituzione degli stock ma anche per assicurare migliori condizioni di vita, per le esportazioni e per la generale crescita economica. Le operazioni di pesca in mare sono solo una parte dei 400 miliardi di dollari dell’industria ittica mondiale. Sane attività di cattura rafforzerebbero l’intera filiera ad esse collegate, come le industrie di trasformazione e le attività di distribuzione, grande fonte di occupazione in particolare nei paesi in via di sviluppo.

“Per ogni persona che lavora in mare, almeno altre tre persone trovano occupazione a riva”, fa notare Willmann. “Per oltre un miliardo di persone il pesce rappresenta la principale fonte di proteine di origine animale. Il settore dà da vivere ad oltre 200 milioni di persone il 90 percento delle quali abita nei paesi in via di sviluppo”.

Qualche segnale positivo

Vi è tuttavia qualche segnale positivo, in alcuni casi, infatti, le riforme della governance hanno ribaltato completamente la situazione, fa notare il rapporto.

“Rafforzare i sistemi di diritto alla pesca è fondamentale per affrontare i problemi che ha di fronte il settore”, ha detto Ragnar Arnason, economista dell’Università dell’Islanda e co-autore del rapporto, evidenziando le esperienze positive dell’Islanda, della Nuova Zelanda e della Namibia.

Un crescente numero di organizzazioni chiede il rafforzamento dei diritti di uso, di accesso e di proprietà dei pescatori, allo scopo di creare incentivi per una gestione responsabile. La promozione della “pesca basata sui diritti” compare nella risoluzione dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni dell'Asia Sud-Orientale) sulla Pesca Sostenibile per la sicurezza alimentare. Nel continente africano la Dichiarazione di Abuja per una Pesca Sostenibile in Africa, adottata al Vertice “Fish for all summit” che si è tenuto in Nigeria nel 2005, avalla anch’essa il principio di una pesca basata sui diritti. Ed anche uno dei settori ittici più grandi del mondo, la pesca dell’acciuga in Perù, si sta muovendo in questa direzione.

“Riformare la governance è spesso politicamente difficile, in particolare se implica una riduzione delle flotte pescherecce o del numero di addetti, dice Kelleher, ma è ovvio che i diritti e le condizioni di vita dei pescatori devono comunque essere garantiti in qualsiasi processo di riforma.

La stesura del rapporto The Sunken Billions: The Economic Justification for Fisheries Reform è stata sostenuta da PROFISH, una partnership della Banca Mondiale che si occupa delle iniziative politiche che promuovono la pesca sostenibile.
Contatti:
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