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Garantire un’acquacoltura sostenibile
Si analizzano i problemi del passato prima di riavviare le attività
PIDIE, Indonesia – Nella zona adibita alla pescicoltura danneggiata dallo tsunami, lungo la costa orientale di Sumatra, gli esperti della FAO ed una ONG locale stanno insegnando agli acquacoltori come costituire gruppi di autogestione, in modo che possano riavviare il loro settore, un tempo fiorente.

Nel villaggio costiero di Koulam, arso dal sole, a 20 chilometri dalla città di Pidie, una cinquantina di allevatori si sono riuniti non molto tempo fa in una sala di preghiera per ascoltare Arun Padiyar, agronomo della FAO.

"Ci rendiamo conto di tutti i vostri problemi e di quanto stiate soffrendo", dice Arun alla folla di gente del villaggio seduta sulle stuoie, attirando immediatamente la sua attenzione. "Siamo qui per portarvi un programma “denaro in cambio di lavoro” che permetta di ricostruire i vostri tambaks (le vasche per l’allevamento ittico)".

"Per riavviare le vostre iniziative imprenditoriali dovrete considerare tutti i problemi che dovevate affrontare prima dello tsunami, come le malattie dei pesci, le condizioni delle mangrovie attorno ai tambaks, le forze di mercato..." continua Arun. "Attualmente il nostro obiettivo è rendere i tambaks e tutta questa zona sostenibili nel lungo periodo".

"L’idea è quella di lavorare insieme per dar vita a gruppi di acquacoltori che mettono in comune le risorse di cui dispongono per una gestione autonoma", dice.

Si chiede un voto per alzata di mano per vedere se i presenti accettano le condizioni della FAO. Tutti sono favorevoli al programma.
Ogni acquacoltore riceverà avannotti ed altri mezzi di produzione sufficienti per una vasca di circa mezzo ettaro, oltre a preziosi consigli tecnici.

Arun avverte che non vi saranno miracoli dall’oggi al domani.
"Voi vi aspettate di poter ricominciare a lavorare subito, domani stesso. Ma la fase di progettazione sarà lunga. Potrebbero volerci uno o due mesi".

Poi gli acquacoltori formano gruppi di lavoro, studiano le mappe dei canali che collegano i tambaks per decidere come ricominciare.
Tra di loro c’è Ibrahim, 30 anni, proprietario di una sola vasca che è stata distrutta dallo tsunami.

Prima del disastro ricavava abbastanza dalla vendita di cefaloni e di piccoli granchi per mantenere la moglie Miriam e la loro figlia di due anni, Miskalia.

Dopo il disastro si è dato alla coltivazione del peperoncino. "Ma non è sufficiente", dice. Dopo la riunione, organizzata insieme ad un’ONG locale, Forum Banda Aceh, Ibrahim è entusiasta. "Spero davvero che la FAO possa aiutarmi a ricostruire il mio tambak", dice.

L’acquacoltura in Tailandia

In Tailandia, la FAO contribuisce ad un progetto simile, che mira a ricostruire le attività commerciali d’acquacoltura nella zona dell’estuario nei pressi della costa, vicino alle montagne Maenang Kao. La FAO fornisce gabbie per pesci ed avannotti ai pescatori colpiti dallo tsunami.

Suleyman Tchidchewa, 48 anni, lavora a questo progetto. "Dopo lo tsunami non avevamo più niente. Nemmeno la speranza", dice. "Ora ho ripreso coraggio, non del tutto, ma al 70-80 per cento".

Ad aprile 38 pescatori, tra cui tre donne, hanno ricevuto delle gabbie per pesci. A maggio avevano iniziato ad allevare spigole e cernie nell’ambito del progetto, uno dei tanti organizzati dalla FAO per le comunità di pescatori vicino a Phuket.

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