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Tsunami un anno dopo, la rinascita delle comunità
La determinazione locale e il lavoro di tanti hanno fatto la differenza
Per i pescatori ed i contadini che vivono lungo le coste dell’Oceano Indiano, i fenomeni climatici estremi sono sempre stati un avversario da affrontare. Durante il monsone le strade sono inondate ed impraticabili, e le comunità costiere restano per giorni isolate dai mercati dove vendere i propri prodotti. I pescatori d’alto mare sfidano le tempeste su imbarcazioni precarie per riuscire a portare a casa il pesce, mentre chi coltiva riso si scontra con intere stagioni senza pioggia. E spesso manca l’acqua potabile.
Nessuna di queste difficoltà aveva però preparato la popolazione alla devastazione provocata dallo tsunami di enormi proporzioni che si è abbattuto senza preavviso sulle coste di 12 paesi dell'Oceano Indiano la mattina del 26 dicembre 2004, sventrando città e villaggi, uccidendo 200.000 persone e lasciandone circa un milione senza casa. I mezzi di sussistenza sono stati annientati, le case e le scuole rase al suolo, gli uffici distrutti. I pescherecci sono stati scaraventati sui campi, sono scomparsi i porti e le imbarcazioni sono state spezzate come fiammiferi. L’intera geografia delle coste è stata trasformata. In alcune zone è scomparso il 98 per cento delle foreste di mangrovie, luogo di riproduzione per pesci, granchi e gamberi. In altre sono sorti problemi nuovi. A Sri Lanka, per esempio, i coccodrilli hanno invaso campi coltivati e pascoli, minacciando esseri umani e bestiame. La risposta mondiale allo tsunami è stata una delle più generose mai registrate. Fondi e soccorsi si sono riversati in abbondanza sull’Indonesia, sullo Sri Lanka e sulla Tailandia – i paesi più colpiti. Le Organizzazioni non governative (ONG) hanno avviato interventi fino al più lontano villaggio della Somalia o al più remoto atollo delle Maldive. I governi hanno consentito ad una moltitudine di aerei stranieri di atterrare d’urgenza per consegnare forniture mediche, tende e cibo. Solo l’India ha potuto declinare le offerte iniziali di assistenza ed ha addirittura mandato soccorsi a Sri Lanka. Alcuni hanno accusato le autorità di non essere state in grado di rispondere alle aspettative dei sopravvissuti. A volte conflitti interni hanno ostacolato il ritorno alla vita normale. È ormai accettato da tutti che nelle fasi iniziali la burocrazia ha rallentato la ricostruzione, che il coordinamento tra donatori, ministeri e gli altri organismi è stato spesso inadeguato. Ma ad un anno dalla carneficina sono stati fatti grandi passi avanti per riuscire a dar da mangiare e ad offrire un alloggio ai sopravvissuti, a sgombrare le vasche per l’acquacoltura ed i campi dalle macerie per consentire la ripresa delle attività produttive. Molto rimane ancora da fare adesso che si è passati dalla fase dei soccorsi a quella della ricostruzione e dello sviluppo. Queste pagine intendono tracciare un profilo della ripresa del settore della pesca e dell’agricoltura in Indonesia, nelle Maldive, a Sri Lanka ed in Tailandia. Nelle interviste con gli uomini impegnati a costruire nuove imbarcazioni e con le donne intente a piantare nuovi alberi nei frutteti dove i loro cari hanno perso la vita, emerge un messaggio di rinascita e di speranza, grazie alla generosità della comunità nazionale ed internazionale. 15 dicembre 2005 |
Sri Lanka - Si riparano le barche danneggiate dallo tsunami.
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