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Un cambio di rotta verso la bioenergia
Molti i buoni motivi per passare ai biocombustibili
Roma, 25 aprile 2006 - Con il prezzo del greggio in continua ascesa ed i limiti imposti dall’ambiente, secondo la FAO sta guadagnando terreno a livello internazionale l'ipotesi di un cambio di rotta dai combustibili fossili a fonti energetiche rinnovabili.

“È ormai in atto un graduale abbandono del petrolio. Nei prossimi 15-20 anni è probabile che assisteremo ad un maggiore impiego di biocombustibili, che potrebbero arrivare a coprire sino a un buon 25 per cento del fabbisogno energetico mondiale”, dice Alexander Müller, il nuovo Vice Direttore Generale della FAO per il Dipartimento dello Sviluppo Sostenibile.

Tra i fattori che spingono verso questo cambio di direzione del mercato energetico mondiale vi sono i rischi ambientali – l’aumento del riscaldamento globale ed i limiti imposti dal Protocollo di Kyoto alle emissioni di biossido di carbonio e di altri gas serra – e la crescente consapevolezza da parte dei governi del pericolo di una totale dipendenza dal petrolio.

“Il greggio ad oltre 70 dollari al barile rende la bioenergia potenzialmente più competitiva”, dice Müller. “Inoltre, le preoccupazioni per lo stato di salute del pianeta ed il modo in cui si è evoluto il consumo energetico dell’ultimo decennio hanno spinto verso una maggiore introduzione di fonti di energia rinnovabile all’interno dei programmi energetici nazionali e una riduzione della dipendenza dai combustibili fossili”.

Questo punto di vista è condiviso da un crescente numero di investitori, tra cui Bill Gates, che di recente ha deciso di finanziare una ditta americana produttrice di etanolo con un ammontare pari a 84 milioni di dollari. Nuovi arrivati in questo business sono una ditta francese sino ad ora conosciuta come produttrice di fois gras, e l’Ungheria che pensa di convertire entro i prossimi anni un milione di ettari di terre agricole in coltivazioni per biocombustibili.

L’interesse della FAO per la bioenergia scaturisce dall’impatto positivo che le coltivazioni per i biocombustibili potrebbero avere sulle economie rurali e per le opportunità che potrebbero offrire ai paesi a reddito più basso nella diversificazione delle proprie fonti energetiche. “Quanto meno potrebbe voler dire nuove prospettive per prodotti come lo zucchero, il cui prezzo sui mercati internazionali è precipitato”, osserva Gustavo Best, Coordinatore Senior per le questioni energetiche della FAO.

L’esempio del Brasile

Quello che il resto del mondo potrebbe fare domani, il Brasile - il più grande produttore mondiale di bioetanolo - lo sta già facendo oggi. Un milione di autovetture brasiliane vanno a combustibile derivato dalla canna da zucchero, e la maggior parte delle nuove macchine che entrano in circolazione sono alimentate da motori a “combustibile flessibile”, vale a dire usano sia benzina che bioetanolo, o una loro miscela.

Secondo i responsabili dell’industria automobilistica i motori flessibili sono stati introdotti più velocemente di qualsiasi altra innovazione nel settore automobilistico, e la ragione è semplice. In Brasile, che ha cominciato a produrre i biocombustibili 30 anni fa, un barile di bioetanolo costa al momento metà di quello del greggio.

Nel paese la produzione di canna da zucchero per combustibile coinvolge circa un milione e mezzo di contadini. Ma il combustibile rinnovabile, il Sunfuel, può essere prodotto anche da una serie di altre coltivazioni, tra queste la soia, la palma da olio, la barbabietola da zucchero e la colza.

In Europa

L’Europa è molto in ritardo rispetto al Brasile sia per la produzione che per l’impiego di bioetanolo, ed i prezzi sono quasi il doppio. L’Unione Europea è corsa ai ripari e adesso si è prefissata l’obiettivo di incrementare dell’otto per cento la quota di biocombustibili per il trasporto entro il 2015.

Tuttavia, se il prezzo del greggio rimane alto, le cose potrebbero procedere anche più speditamente. Secondo studi condotti dall’UE, i biocombustibili ricavati dalle terre coltivabili a disposizione, potrebbero sostituire nel breve periodo, il 13 per cento dei combustibili derivati dal petrolio.

La benzina diesel può farsi praticamente da qualsiasi seme oleifero. “Il primo motore a diesel del mondo in realtà andava ad olio di arachidi”, fa notare Best.

L’Europa è di già il più grande produttore di biodiesel (adesso prodotto dai semi di colza, dalla soia e dai semi di girasole), ed il settore è in forte espansione. Diversi paesi, ad esempio la Germania, l’Ucraina ed altri, e molte ditte sia pubbliche che private stanno pensando di investire nel biodiesel, prodotto sia da queste coltivazioni, ma anche da altre.

“Il bello della bioenergia sta nel fatto che può essere adattata alle esigenze ambientali ed al fabbisogno energetico locale”, dice Best. “Dove c’è terra a disposizione, dove ci sono agricoltori e dove, soprattutto, c’è l’interesse la bioenergia può rappresentare l’opzione migliore. Se a questo si aggiungono analisi accurate e buoni modelli di sbocchi commerciali, otterremo la scelta giusta".

Le implicazioni ambientali e geopolitiche

È ovvio che un mutamento di rotta di questa portata non potrà non avere grosse ripercussioni di natura geopolitica per una base internazionale di produzione e di fonti energetiche, si spera, più ampia. Ma l’interesse principale della FAO rimane focalizzato sul probabile impatto che la produzione di bioenergia potrebbe avere sui piccoli contadini e sulle conseguenti implicazioni per la sicurezza alimentare e lo sviluppo rurale.

“I contadini, soprattutto nelle zone tropicali, sono in cerca di nuove opportunità per incrementare la produzione ed aumentare il proprio reddito”, dice Best. “Dobbiamo però fare attenzione”, avverte. “È necessario un lavoro di pianificazione. La concorrenza per la destinazione d’uso della terra, per la produzione alimentare o per quella energetica, deve tradursi in positivi benefici comuni”.

Un rischio, per esempio, è che la promozione di bioenergia su larga scala, basata su monocolture intensive di tipo commerciale, potrebbe vedere il settore dominato da alcuni giganti dell’agri-energetica, senza nessun vantaggio significativo per i piccoli agricoltori. Sino ad oggi purtroppo non vi è stato alcun tentativo di affrontare i complessi problemi tecnici, politici ed istituzionali che un progetto di tale natura comporta.

La Piattaforma Internazionale di Bioenergia

Con l’intento di colmare questa lacuna, la FAO ha istituito una Piattaforma Internazionale di Bioenergia (IBEP), che sarà presentata ufficialmente alle Nazioni Unite, a New York, il 9 maggio prossimo. La IBEP fornirà expertise e consulenza ai governi ed agli operatori privati nella formulazione di politiche e strategie bioenergetiche. Li aiuterà anche a sviluppare gli strumenti necessari per quantificare risorse bioenergetiche e analizzare le implicazioni per uno sviluppo sostenibile secondo le esigenze di ogni singolo paese.

“L’intento è che ci aiuti a produrre abbastanza combustibile ma anche abbastanza cibo”, ha concluso Müller, “e far sì che tutti ne traggano beneficio”.
Per maggiori informazioni:
Christopher Matthews
Ufficio Stampa FAO
christopher.matthews@fao.org
(+39) 06 570 53762

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Christopher Matthews
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(+39) 06 570 53762

FAO/18079/M. Griffin

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