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Investire in agricoltura aiuta a contenere l’emigrazione
Importante studio della FAO sui diversi ruoli dell’agricoltura
Roma, 2 giugno 2006 - Maggiori investimenti pubblici in agricoltura ed appropriate politiche agricole possono servire da incentivo contro l'abbandono della terra e contribuire così a contenere l’emigrazione, afferma la FAO.

Questa è una delle conclusioni di un importante programma di ricerca condotto dall’agenzia ONU per studiare i diversi ruoli che l’agricoltura ha nelle società e nelle economie dei paesi in via di sviluppo. La pubblicazione del rapporto arriva in un momento in cui l’Europa ed il Nord America subiscono una crescente pressione a causa dei flussi migratori illegali.

Lo studio della FAO affronta il problema dell’immigrazione rurale nelle zone urbane, ma, afferma Randy Stringer, l’economista senior che ne è responsabile, “Emerge chiaramente che i fattori determinanti sono gli stessi delle migrazioni internazionali”.

Finanziato dal governo giapponese, il programma “Ruoli dell’Agricoltura” (RoA) è stato avviato nel 2000 ed ha preso in considerazione 11 paesi, in tre continenti, con condizioni economiche ed ambientali differenti.

Una delle sue conclusioni principali è che i governi ed il mondo politico sono spesso non consapevoli che: “Gestita in modo appropriato, l’agricoltura non solo produce cibo, ma può anche avere un impatto positivo sulla lotta contro la povertà, la sicurezza alimentare, la distribuzione della popolazione e l’ambiente”.

Le migrazioni urbane

Negli ultimi 50 anni, secondo il RoA, circa 800 milioni di persone hanno lasciato la campagna per trasferirsi in città. Molti sono anche emigrati oltrefrontiera da sud verso nord e da est verso ovest. L’esodo rurale sembra avere ripreso vigore con la rapida crescita economica dell’India, della Cina e di alcuni paesi dell’America Latina, che ha attirato nei centri urbani un numero crescente di abitanti delle campagne.

Questi ultimi rappresentano attualmente più della metà – il 60 per cento – della popolazione dei paesi in via di sviluppo. In base alle previsioni, entro il 2030 questa percentuale scenderà al 44 per cento perché altri milioni di persone, secondo il rapporto RoA, si dirigeranno verso le città. Il continuo esodo non potrà non avere profonde ripercussioni a livello sociale, economico ed ambientale.

Il rapporto indica però che politiche agricole appropriate possono fare molto per regolamentare il tasso di esodo dalle campagne ed alleggerire la pressione sui centri urbani, che si traduce in riduzione dell’inquinamento, del sovraffollamento, della criminalità e delle malattie causate dal vivere in condizioni di congestione demografica.

Il Cile, ad esempio, si legge nel RoA, è riuscito a ridurre l’emigrazione verso le città incentivando l’occupazione nelle campagne, con la coltivazione e la lavorazione di frutta destinata all’esportazione. Analogamente, in Ghana il boom economico guidato dal settore del cacao ha determinato il ritorno di due milioni di ghaniani emigrati in Nigeria.

Una delle ragioni per cui la gente si trasferisce in città è la ricerca di salari più alti. Ma in l’Etiopia si è capito che investire in fertilizzanti, nuove tecnologie e bestiame può attenuare le differenze salariali tra città e campagna – e ridurre i flussi migratori.

In genere l’immigrazione rurale si concentra nelle capitali ed in poche grandi città. Il RoA indica che tale tendenza può essere contrastata creando città di media grandezza, fondate sullo sviluppo dei servizi e delle industrie di trasformazione alimentare.

Più in generale, continua il rapporto, i governi devono investire in istruzione, accesso alle tecnologie ed alle infrastrutture fisiche e sociali delle zone rurali, in modo tale che gli abitanti delle campagne possano usufruire degli stessi servizi disponibili nelle città.

Maggiori investimenti

Sebbene, come fa notare Stringer, “Gli utili da investimenti pubblici in agricoltura siano molto alti”, governi e collettività non hanno investito risorse sufficienti nel settore. Una delle ragioni è stata che, man mano che i paesi sono cresciuti economicamente, la percentuale del Prodotto Interno Lordo (PIL) e quella dell’occupazione relativa all’agricoltura sono calate. L’acquisto di prodotti alimentari ha occupato una parte più piccola del budget familiare.

Ma un’altra ragione è stata secondo Stringer, il fatto che i governi non sono riusciti a riconoscere l’importanza indiretta, di tipo non-alimentare, dell’agricoltura nel processo di sviluppo. “Regolamentare i flussi migratori è solo uno dei modi in cui l’agricoltura può contribuire”, ha dichiarato.

“I contributi indiretti dell’agricoltura non sono compresi appieno, vengono raramente analizzati nel contesto dello sviluppo e di rado presi in considerazione nella formulazione di una politica di sviluppo rurale e nazionale”, ha aggiunto.

Ridurre la povertà

I ricercatori del RoA hanno scoperto che la crescita dell’agricoltura ha spesso contribuito a ridurre la povertà più di ogni altro settore economico. Su fame e povertà essa ha avuto un effetto notevole, avvertito non solo nelle aree rurali, ma anche in quelle urbane.

La crescita del settore agricolo ha agito da moltiplicatore. Ogni suo punto percentuale si è tradotto in una diminuzione della povertà dell’1,5 per cento a livello nazionale, sebbene i miglioramenti non siano stati necessariamente distribuiti uniformemente tra città e campagna. In Indonesia, per esempio, la crescita del settore agricolo ha determinato una riduzione del 50 per cento della povertà rurale e del 36 per cento di quella delle aree urbane.

Questo è successo, tra l’altro, perché con l’aumento della produzione agricola, i prezzi sono diminuiti ed i costi più bassi delle derrate hanno significato una quota maggiore di reddito disponibile per gli abitanti delle città.

Ma prima che si avvertisse una qualunque incidenza sull’insicurezza alimentare e sulla povertà, la produzione agricola è dovuta passare da un livello di sussistenza a una qualche forma di commercializzazione. Inoltre, quali settori agricoli generassero la crescita si è rivelato un fattore di importanza fondamentale.

La Cina, per esempio, per ottenere la sicurezza alimentare interna ha raggiunto l’autosufficienza nel settore dei cereali. Ma il conseguente brusco aumento della produzione cerealicola cinese ha avuto effetti negativi in termini di eccessivo sfruttamento delle risorse naturali e di degrado ambientale, e non è riuscito a generare un aumento significativo dei redditi dei nuclei familiari rurali.

Tutto il guadagno è stato controbilanciato da un aumento dei costi marginali e dai prezzi più bassi dovuti alla maggiore produzione. “Perché la Cina raggiunga uno sviluppo rurale ed urbano integrato è necessario che passi dall’agricoltura ad opportunità di tipo non agricolo che hanno come risultato una maggiore produttività”, ha concluso il RoA.

Elefanti o cipolle?

Che l’agricoltura abbia un’incidenza sull’economia in settori che non hanno nulla a che fare con il cibo, umano o animale che sia, è dimostrato dal dilemma “elefanti o cipolle” che si trova a dover affrontare il governo keniota.

Il Parco Nazionale di Amboseli, in Kenya, una straordinaria riserva naturale di 392 km2 ai piedi del Kilimangiaro, ospita elefanti ed altri animali ed è inoltre una delle principali riserve ornitologiche del mondo. Nel 2004 è stata visitata da circa 200.000 turisti, con un guadagno di circa 3,5 milioni di dollari.

La zona dell’Amboseli è abitata dai pastori Masai, le cui attività tradizionali di allevamento del bestiame sono compatibili con la fauna selvatica. Ma essi offrono al parco anche alcuni “servizi”, come la gestione ambientale, sopportando il costo di un’esistenza vissuta fianco a fianco con gli animali selvaggi, che significa rischi per la sicurezza personale, competizione per i pascoli e danni alle colture.

Ma non hanno ricevuto alcun compenso per il contributo indiretto che dànno all’industria del turismo e di conseguenza, per incrementare i loro redditi, sono tornati all’agricoltura.

Parte della terra a ridosso dei confini meridionali ed orientali del parco è adesso recintata per proteggere i pomodori e le cipolle dei Masai dalle intrusioni degli elefanti. Ma le recinzioni limitano l’accesso degli animali all’acqua, al cibo, ai luoghi di riproduzione ed alle rotte migratorie stagionali.

Il dilemma è se proteggere le cipolle dei Masai o gli elefanti dei turisti. La soluzione proposta dal RoA è quella di pagare ai Masai un compenso in riconoscimento dei servizi che forniscono al parco. Questo tipo di Pagamento per Servizi Ambientali (PES) li metterebbe nelle condizioni di non dover più coltivare pomodori per arrotondare. Si potrebbe facilmente finanziare la loro retribuzione aumentando di un dollaro il biglietto d’ingresso al parco.

Servizi

Mentre le prestazioni dei Masai a favore dell’industria turistica keniota restano senza riconoscimento (e senza retribuzione), ci sono molti altri modi in cui l’agricoltura contribuisce allo sviluppo economico e sociale dei paesi.

Essa può avere un importante ruolo di ammortizzatore sociale in tempi di crisi economica. In molti casi, il settore agricolo si è dimostrato più resistente di altri di fronte alle flessioni economiche, offrendo una rete di protezione economica e sociale per i lavoratori urbani che ritornano nelle campagne e per i poveri in generale.

L’agricoltura è inoltre un elemento essenziale per preservare l’ambiente, influendo a livello mondiale sulla biodiversità, sui cambiamenti climatici e sugli habitat naturali ed a livello regionale e nazionale per la conservazione del suolo e il paesaggio rurale.

Con il progressivo aumento dei redditi, la gente può permettersi di pagare per un ambiente qualitativamente migliore ed è disposta a spendere di più per averlo. Ma un danno all’ambiente, fa notare il RoA, una volta fatto è difficile e costoso da riparare.

La questione secondo il rapporto dovrebbe essere affrontata prioritariamente nel processo di sviluppo – se possibile attraverso incentivi diretti ai piccoli agricoltori da investire nella tutela delle risorse naturali.

Il programma RoA è attualmente a metà della sua seconda fase, che è volta ad elaborare direttive politiche che tengano conto dei contributi di tipo non commerciale che l’agricoltura fornisce a livello locale, nazionale ed internazionale. Una questione importante a questo riguardo è istituire incentivi efficaci da usare quando se ne presenti la necessità.

La prima fase quadriennale del programma ha cercato di individuare e di quantificare l’utilità dell’agricoltura al di là della produzione di alimenti e di altri beni commerciabili. Lo studio ha interessato 11 paesi: Cina, India ed Indonesia in Asia; Etiopia, Ghana, Mali, Marocco e Sudafrica in Africa; Cile, Repubblica Dominicana e Messico in America Latina.

Il programma è realizzato dalla Divisione Economia Agricola e dello Sviluppo (ESA) del Dipartimento Economico e Sociale della FAO.
Per maggiori informazioni
Christopher Matthews
Ufficio Stampa FAO
christopher.matthews@fao.org
(+39) 06 570 53762

Per maggiori informazioni:

Christopher Matthews
Ufficio Stampa FAO
christopher.matthews@fao.org
(+39) 06 570 53762

FAO/P. U. Ekpei

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