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Maggiori risorse per combattere la pesca illegale
Progetto FAO per chiudere i porti ai pescatori di frodo
Roma, 24 giugno 2008 - La FAO ha lanciato oggi un appello di un milione di dollari per sostenere i paesi in via di sviluppo a negare il diritto d’approdo alle imbarcazioni che praticano la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (IUU l’acronimo inglese).

“Nei paesi in via di sviluppo la pesca è molto importante per la sicurezza alimentare delle famiglie, per migliorarne la nutrizione e fornire un reddito. Con l’attuale aumento dei prezzi alimentari e con la crescente preoccupazione per lo stato di alcuni stock marini, non possiamo permetterci che la pesca illegale abbia ripercussioni sulle condizioni di vita di queste comunità”, ha dichiarato il Vice Direttore Generale della FAO per il settore pesca, Ichiro Nomura, intervenendo ad un incontro con i paesi donatori.

I nuovi fondi verranno impiegati per estendere un progetto FAO lanciato nel 2005, con la formulazione di uno schema modello per rafforzare le misure da parte dello Stato di approdo che potrebbe essere adottato dai Paesi per combattere la pesca illegale.

Rafforzare i controlli

Le misure da parte dello Stato d’approdo comprendono attività come il controllo della documentazione, delle catture e delle attrezzature quando le imbarcazioni attraccano per rifornirsi di carburante e caricare provviste o scaricare il pescato, e la richiesta alle imbarcazioni di un rapporto sull’attività svolta prima di entrare nel porto.

A tutte le imbarcazioni coinvolte nella pesca illegale si dovrebbe negare il diritto d’attracco, comportando un danno economico per i proprietari. Misure di questo tipo rappresentano il modo più efficace per impedire l’importazione, il trasbordo o il riciclaggio del pescato catturato illegalmente.

La pesca illegale desta particolare preoccupazione nei paesi in via di sviluppo, a causa della limitatezza di risorse a disposizione e di competenze specifiche per vigilare sulle attività di pesca nelle acque costiere sono spesso carenti ed i controlli ai porti d’approdo sono insufficienti, diventando facile obiettivo dei pescatori illegali perché rappresentano comodi punti d’entrata per la pesca illegale.

“Questi paesi hanno bisogno di essere informati sulle pratiche più efficaci con corsi di formazione a livello regionale per il personale addetto che consentano di condividere le informazioni sui trasgressori e coordinare gli interventi”, ha affermato Nomura.

A questo scopo la FAO ha organizzato una serie di workshop regionali per capire quali misure vengono applicate nei porti d’approdo di ogni paese, identificare modi in cui le regioni possano incorporare elementi del schema modello della FAO e promuovere una maggiore armonizzazione delle attività di controllo. I workshop sono indirizzati agli ispettori portuali, alle autorità della pesca, ad esperti legali, ai funzionari dei ministeri degli esteri ed ai responsabili doganali.

Nomura ha poi aggiunto che è in crescita il consenso verso l’adozione nel prossimo futuro di un accordo internazionale vincolante che regolamenti le misure del porto d’approdo basato sullo Schema Modello proposto dalla FAO.

“Questi workshop metteranno i paesi nelle condizioni di non farsi trovare impreparati quando questo accordo internazionale entrerà in vigore”.

Risultati positivi in cinque regioni

Sino ad oggi sono stati organizzati 5 workshop regionali sulle misure di controllo nel porto d’approdo: nelle regioni del Pacifico, dell’Oceano Indiano, del Mediterraneo, dell’Africa australe e del sudest asiatico.

In tutte e cinque le regioni, come risultato degli incontri, vi è stata una maggiore cooperazione, e nel caso del Mediterraneo è stato prodotto un programma regionale che è stato poi adottato dalla Commissione Generale della Pesca per il Mediterraneo.

Nel giugno 2008 sono stati organizzati altri workshop, a livello nazionale, in Mauritania ed in Senegal.

La FAO ha ricevuto numerose richieste da altri gruppi di paesi per nuovi incontri e ne organizzerà almeno sei entro il 2010 nel Vicino Oriente, nei Carabi, in Africa Occidentale, nel l’Asia del sud, in America centrale ed in Sud America.

“Questi workshop hanno dato a paesi che per anni hanno lottato contro il problema della pesca illegale, nuovi strumenti che stanno già utilizzando per fermare questo problema”, ha aggiunto Nomura. “Per continuare questo impegno e riuscire a coprire il mondo intero sono necessarie risorse per 1 milione di dollari, ed è per questo che facciamo appello all’aiuto della comunità internazionale”.

Verso un trattato vincolante

L’appello della FAO è stato lanciato nel corso della Consultazione Tecnica che si tiene questa settimana a Roma, nella quale rappresentanti dei paesi ed esperti discutono della bozza di un accordo internazionale giuridicamente vincolante che obbligherà le parti ad applicare delle normative minime comuni riguardo le misure di controllo nei porti d’approdo.

La necessità di uno strumento vincolante è stata ampiamente riconosciuta a livello internazionale, in particolare dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dalla Commissione Pesca della FAO (COFI).


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(+39) 06 570 53625
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© FAO/D. Minkoh

Pattugliamento contro i pescatori illegali al largo delle coste dell'Africa occidentale.

Documenti

I documenti relativi alla bozza d’accordo

Il modello FAO di misure nel porto d’approdo

Il Piano d’Azione FAO per impedire, scoraggiare ed eliminare la pesca illegale(IUU)

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